Due dei blocchi più grandi che ci sono nella relazione con i bambini sono la sensazione costante di non essere abbastanza e quello del senso di colpa. Questi blocchi per alcuni sono come granchi che arrivano la notte a pizzicarci con le loro chele mentre per altri sono un dolore costante con cui fare i conti ogni singolo momento della propria vita. Non se ne vanno, non ci lasciano in pace, aspettano che ci sentiamo più deboli per attaccare e non mollare la presa. Ma da dove nascono?
1/3 – Cos’è l’autostima
L’autostima è la valutazione che noi diamo di noi stessi come persone. Questo significa che avere un’alta o una bassa autostima non è legato alle situazioni che si creano giorno dopo giorno ma deriva dal nostro modo di vedere noi stessi.
Se sentiamo che alcune situazioni ci fanno pensare male di noi stessi è perché stavamo fingendo che andasse tutto bene e la situazione ha portato alla luce ferite che avevamo nascosto o che non sapevamo esistessero.

Siccome l’autostima è una valutazione, come i voti che ci davano a scuola, è completamente basata su un giudizio personale e può essere cambiata.
Vi ricordate quando a scuola cercavate di bilanciare i voti delle verifiche in modo da avere una buona media a fine anno? Qui è la stessa cosa.
Quindi la nostra autostima non deriva dalle situazioni esterne ma possiamo usare le situazioni esterne per capire dove abbiamo carenze o ferite e decidere dove andare a lavorare per migliorare.
2/3 – L’autoefficacia
L’autostima è legata ad un’altra cosa, che si chiama autoefficacia, e con cui spesso viene confusa. Quando pensiamo “ho una bassa autostima perché non riesco a fare questa cosa” in realtà ci stiamo riferendo all’autoefficacia, non all’autostima.
L’autoefficacia infatti è quanto ci sentiamo in grado di svolgere un determinato compito.
Per esempio se mi venisse chiesto di svolgere una serie di operazioni matematiche, anche semplici e con tutta la mia buona volontà, vivrei comunque la situazione con frustrazione e sensazione di non esserne capace perché anche se si tratta di calcoli che so fare, la mia autoefficacia relativa alla matematica è tragicamente bassa.

Se invece si tratta di scrivere articoli di pedagogia, psicologia e didattica, anche se so che potrei comunque sbagliare, mi sento perfettamente in grado di gestire la situazione perché la mia autoefficacia in questi ambiti è molto più alta. Lo stesso accade con qualsiasi cosa nella nostra vita e, come dovrebbe essere evidente con l’esempio della matematica, non è legato all’esserne capaci o meno ma al sentirsi capaci o meno.
Possiamo riconoscere il basso senso di autoefficacia da alcuni sintomi:
- tendiamo ad evitare attività che ci sembrano complesse (per esempio io potrei evitare di fare divisioni e sceglierei di usare la calcolatrice.)
- ci impegniamo poco per ottenere risultati (le equazioni sono ancora un mistero per me anche se le ho studiate già un sacco di volte…)
- Tendiamo a focalizzare l’attenzione sulle nostre mancanze, sugli eventuali ostacoli e sulle conseguenze negative, piuttosto che concentrarsi su cosa fare.
- Tendiamo a rinunciare facilmente a fare le cose
- Dopo un fallimento ci mettiamo di più a riprendere fiducia nelle nostre possibilità.
- Tendiamo a dare la colpa dei nostri fallimenti ad un nostro “non sono capace”.
L’autoefficacia può essere legata ad un ambito (per esempio la matematica o la pedagogia) o generale sulla propria capacità di interagire con il mondo. In questo ultimo caso, il “non sono capace” prende il sopravvento aggravando di molto il giudizio di noi stessi e, di conseguenza, la nostra autostima.

3/3 – Il giudizio su di noi
Nel formare la nostra autostima prendiamo tutti quei mini-giudizi che ci diamo nella valutazione di autoefficacia (però non è detto che quei giudizi corrispondano alle nostre capacità reali, come nel mio esempio dei calcoli) e li confrontiamo con quello che dicono gli altri di noi e di come vediamo gli altri comportarsi durante la loro vita.
Il nostro cervello raccoglie tutti questi dati e decide se abbiamo o meno ragione a fidarci di noi stessi. Molto spesso questo giudizio è arbitrario ed errato perché in realtà, non ci fermiamo ad osservarci ed auto-analizzarci (ed è una pessima abitudine che abbiamo) e finiamo per basarci sulle apparenze.
Riprendendo il mio esempio della matematica, la mia incapacità di fare i calcoli era reale alla scuola elementare ma sono riuscita a risolverla ricorrendo a diverse strategie ma per tutto il tempo in cui non ho lavorato sulla mia autoefficacia in questo specifico ambito, è andato ad impattare negativamente sulla mia autostima, tanto più che questa opinione negativa veniva rinforzata dalle persone che avevo attorno e che mi conoscevano già all’epoca (“lei non sa fare i calcoli, dalle la calcolatrice”) e dal confronto con la gente che incontravo in giro che risolveva operazioni matematiche come se fosse una cosa naturale. La mia stima di me stessa aveva un motivo per essere abbassata da questo? No, ma fino a quando non ho preso in mano la situazione quella era la realtà per il mio cervello.
Se non fosse che una bassa autostima porta a solitudine, ansia, depressione, sensazione di essere degli incapaci e che altri potrebbero risolvere quel problema meglio di noi, difficoltà a prendere delle decisioni ed indecisione, avere una bassa autostima non sarebbe un grande problema.
Ma visto che lo è, vediamo di lavorarci.




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